«Scateniamo tempeste, ma preferiamo il sole»

Siamo tutti cinesi!

27 Settembre 2005

in Riflessioni

Voglio intitolare questa riflessione con un’espressione ultimamente abusata.
Ogni volta che c’è da esprimere solidarietà ai cittadini di una nazione, subito ci sentiamo parte di quella cittadinanza. Espressioni come “siamo tutti americani”, “siamo tutti spagnoli”, “siamo tutti inglesi” si sono sprecate in questi ultimi anni. Chissà come mai non ci sentiamo mai tutti congolesi o tailandesi.
Non voglio però parlare di questo, ma del fatto che forse “tutti cinesi” lo siamo da tempo, e senza accorgercene.

È di questi giorni la notizia che la Cina ha cambiato la legge che regola i siti internet di news aumentandone i controlli.

XinhuaLa notizia è apparsa nel sito dell’agenzia Xinhua (新华社) che secondo quanto scrivono alcuni media italiani, pur non entrando nel dettaglio del regolamento, avrebbe affermato che i nuovi siti Internet devono «essere destinati a servire il popolo e il socialismo, e insistere sulla corretta guida dell’opinione pubblica per preservare gli interessi nazionali e pubblici».
Benché io non sia riuscito a trovare traccia di queste parole all’interno dell’articolo di Xinhua, la cosa non deve sorprendere. È infatti risaputo che i giornalisti italiani attingono agli originali in lingua cinese.

Questa notizia è stata naturalmente commentata dai media italiani con toni preoccupati. I più sono anche scandalizzati dal fatto che “gli organi di stampa già presenti in Cina hanno bisogno di un’autorizzazione per gestire un sito di notizie, mentre i nuovi operatori dell’informazione devono registrarsi presso un apposito ufficio governativo”. Sinceramente appena letta la notizia il mio primo pensiero è stato “ma in Italia non è così da tempo?“.

Non voglio equipare la situazione italiana a quella cinese, ne le rispettive leggi, ma vorrei ricordare la polemica che si è avuto in Italia per la legge sull’editoria, ben commentata sul sito di Interlex.
Tale polemica non verteva proprio sul fatto che da quel momento i siti internet “diffusi al pubblico con periodicità regolare” erano equiparati ai giornali e pertanto dovevano avere un direttore responsabile (giornalista iscritto all’albo) e un’autorizzazione del tribunale?
Tra l’altro con equiparazioni assurde come l’obbligo di presentare alla questura la copia del “prodotto editoriale” in 3 esemplari (vorrei vedere quali sono i webmaster che hanno presentato le copie dei loro siti :-) ).

Certo, qui in Italia possiamo ancora scrivere un blog, un forum, o altro senza bisogno di autorizzazioni, ma solo se non si rompono troppo i coglioni a qualcuno. I casi successi ad Autistici, Indymedia, Ecn ed altri dovrebbero far riflettere.

Perché allora scandalizzarsi di cosa succede in Cina e soprassedere su quello che succede in Italia? Forse perché la legge italiana è stata voluta proprio dai quotidiani sempre più preoccupati dalle nuove forme di informazione?

Sono solamente riflessioni dettate più dal modo con cui è stata trattata la notizia più che dal merito della notizia stessa, ma siccome non mi interessa far peccato… inizio a pensar male.

Del resto siamo tutti italiani.

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