Archivio della categoria 'Memoria'
7 aprile 2009
Grazie al blog di Antonella Beccaria sono venuto a conoscenza di un post di Pino Nicotri sul 7 Aprile, processo nel quale, insieme a tanti altri, è stato coinvolto.
Quel processo è il simbolo della repressione giudiziaria, del mettere in galera “innocenti accusati ed assolti dopo anni di galera senza neanche una scusa“, e purtroppo dopo 30 anni questo giustizialismo massmediatico (il caso 7 aprile fu in realtà un sequestro e un processo di massa a mezzo stampa) è ancora presente. Da una parte e dall’altra.
Non mi faccio certo ingannare dal falso innocentismo della destra beslusconiana. Come cantava Claudio Lolli la borghesia “gode quando gli anormali son trattati da criminali, chiuderebbe in un manicomio tutti gli zingari e intellettuali, ama ordine e disciplina, adora la sua Polizia, tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare”. Ed infatti manette per i più deboli e libertà per i potenti.
Nell’altra destra, quella antiberlusconiana, il giustizialismo è sempre stato presente, con maggiore senso dell’eguaglianza forse, ma solo perché i bilanci fallimentari hanno iniziato a farli da poco, loro.
Del resto, come scrive Pino Nicotri e come si sa da anni, ma fa sempre impressione leggerlo, “Il botto del 7 aprile 1979 è stato innescato, a detta dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, da me interpellato nel 2004, dal Pci che aveva passato alla polizia gli elenchi di tutti coloro che dopo la fine degli anni sessanta per un motivo o per l’altro non avevano rinnovato la tessera del partito.”
Ma c’è anche un’altra teoria, che molti continuano a ripetere da anni. Quel processo fu l’inizio del potere dei media sull’opinione pubblica e del servilismo degli stessi nei confronti del potere. Ed ecco che una falsa accusa viene tacciata di “verità assoluta”. Di esempi oggi ne abbiamo talmente tanti che è inutile e retorico farne cenno, ma forse non è proprio vero che il 7 aprile del 1979 sia l’inizio di questo comportamento. Del resto i media gridarono al “mostro” per Valpreda già dieci anni prima. E chissà quanti esempi si possano fare prima e dopo.
Forse è la natura stessa dei media ad essere servile al potere ed ad indicare la strada verso accuse prese a pretesto, spesso per togliere l’attenzione da altri avvenimenti.
E forse in questa ottica vanno letti i provvedimenti contro internet, non solo frutto dell’ignoranza dei legislatori, ma anche il voler controllare un media che, in molti casi, sfugge alla regola del servilismo.
11 gennaio 2009
A 10 anni dalla morte di Fabrizio De André in molti blog e soprattutto in tv (questa sera su rai tre a “Che tempo che fa”) verrà pubblicato il video di “Amore che vieni, amore che vai”, scelto da Dori Ghezzi.
Siccome non mi piace molto la fondazione creata da Dori Ghezzi, per alcune scelte discutibili fatte in passato, pubblico il video di quella che ritengo la miglior canzone di De André
22 maggio 2008
Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno a protestare…
Bertold Brecht
Le ultime leggi contro la clandestinità ripropongono con forza il problema del razzismo strisciante di questa nazione. Perché i ROM provengono da varie nazioni, soprattutto della comunità europea, molti di loro sono italiani, quindi parlare di clandestinità è fuori luogo. E soprattutto perché generalizzano in modo preoccupante. Il reato (presunto o reale che sia) di un singolo individuo diventa “peccato originale” della collettività che condivide l’etnia con quel singolo.
Per questo la trovo una legge pericolosa, perché non punisce un reato, ma il fatto stesso di appartenere ad una etnia.
Ma del resto siamo tutti nati con un peccato originale.
A chi toccherà domani? Questa domanda inizia ad essere una amara realtà.
De André ci ha lasciato queste splendide parole…
Nel seguito del post il testo completo
25 aprile 2008
Oggi è il 25 Aprile, festa della liberazione. Ma liberazione da cosa?
Fin da subito era parsa una liberazione a metà. E le canzoni erano un modo per esprimere questa sensazione.
Ne sono state fatte molte di queste canzoni, una degli anni ’70 iniziava così:
Fiore rosse e fucile:
viva la libertà!
Era il 25 aprile:
si rifà la società!I padroni sono morti,
i fascisti impiccati,
la giustizia degli insorti,
libertà per gli sfruttati.Proletari al potere,
non c’è più la schiavitù,
dalle fabbriche al quartiere
non si servirà mai più….Ho sognato per vent’anni e più
quel 25 aprile
ricordo della mia gioventù
vissuta col fucile,finché dal popolo in servitù
si leva un canto e va
e riporta di quegli anni
ancor la rossa libertà.Ma ci dissero al Partito:
«Sotto con la produzione,
il conflitto è ormai finito,
non si fa rivoluzione».Cerimonie e deputati;
a che serve aver lottato?
il fascismo può parlare,
“democratico” è lo stato.Son passati tanti anni:
sfruttamento ed elezioni,
due promesse, cento inganni,
mentre vincono i padroni.
La canzone non termina qui, dopo continua con la speranza. Negli anni ’70 avevano almeno la speranza, oggi abbiamo perso anche quella. Nonostante siano passati tanti anni, continuano sfruttamento, promesse, inganni. E vincono ancora i padroni.
31 dicembre 2007
Non ti ricordi il 31 dicembre,
quella colonna di camion per Boves
che trasportavano migliaia di tedeschi,
contro sol cento di noi partigian.
Che trasportavano migliaia di tedeschi,
contro sol cento di noi partigian.
E da San Giacomo e poi la Rivoira
Castellare, Madonna dei Boschi,
la s’infuriava la grande battaglia
contro i tedeschi, i fascisti e i traditor.
Dopo tre giorni di lotta accanita
tra vasti incendi e vittime borghesi
non son riusciti con la loro barbaria
noi partigiani poterci scacciar.
Povere mamme che han perso i lor figli,
povere spose che han perso i mariti,
povera Boves ch’è tutta distrutta
sotto quei colpi del vile invasor.
Ma dopo un anno di vita montana
tra fame e freddo e dure fatiche
è giunta l’ora della nostra riscossa,
noi partigiani sapremo vendicar.
Fonte: Il Deposito
17 febbraio 2007
La cacciata di Lama dall’Università di Roma il 17 febbraio di 30 anni fa è stato un momento particolare. Uno di quei momenti che tutti ricordano. Io all’epoca avevo 5 anni, figurarsi se pensavo a Lama, agli Indiani metropolitani, all’Autonomia, al Movimento Studentesco, alla CGIL, al PCI. I miei punti di riferimento erano dentro qualche cartone animato. Ma anche per chi come me quegli anni li ha “vissuti” tramite letture e racconti, non è difficile capire l’importanza di un evento simile per quelli che l’hanno vissuto realmente. Per chi credeva in qualcosa. Anche per chi quell’episodio lo ha vissuto da lontano. Soprattutto per chi viveva in una citta come Livorno dove il PCI era “tutto”. Alcuni che in quel periodo erano iscritti alla FGCI mi hanno detto che quel giorno hanno strappato la tessera, altri ne parlano come uno dei momenti più significativi della loro esperienza politica. Nel bene e nel male è stato un momento fondamentale della vita politica italiana. Uno scontro generazionale. Un momento di scelta. Non si poteva più essere nel movimento e nel partito al tempo stesso.
In rete si trovano molte testimonianze, in una di queste (mi sembra tratta da “L’orda d’oro”, anche se non c’è scritto) si descrive molto bene questo scontro generazionale.

Una foto storica di quel giorno scattata da Tano D’Amico
Riferimenti:
8 marzo 2006
Ricordatevi di noi
siamo morte in una fabbrica
sfruttate sul lavoro
sfruttate a casa e fuori
Ricordatevi di noi
siamo morte ma non per sempre
noi vivremo eternamente
sinché durerà la lotta
Siamo state assassinate
per avere scioperato
voi dovete vendicarci
vendicarci col lottare
vendicarci col creare
Creare un mondo nuovo
un mondo di giustizia
un mondo di uguaglianza
un mondo di libertà
Ricordatevi di Adele
l’hanno presto incarcerata
per avere contestato
per avere militato
L’hanno messa in una cella
una cella isolata
per paura che parlasse
con chi vuol sapere le cose
Saper di un mondo nuovo
un mondo di giustizia
un mondo di uguaglianza
un mondo di libertà
Movimento femminista romano
Riferimento:
Il Deposito
21 gennaio 2006
Nel cuore degli operai il suo nome si alza prima del sole
Da una poesia di Alberto Hidalgo, poeta peruviano, prendo in prestito un verso che mi ha sempre colpito, fin da quando lo lessi in un libro di poesie latinoamericane del 1970. Il nome di cui parla Hidalgo è quello di Lenin. Perché mi è venuto in mente?
Perché oggi è l’anniversario della nascita del PCI, avvenuta nella mia città il 21 gennaio del 1921, ma è anche l’anniversario della morte di Lenin, che avvenne 3 anni dopo.
Questa coincidenza mi ha ispirato a scrivere un post, ma, come spesso mi accade, alla fine le parole rimangono nella mia mente e qui sul blog finiscono solamente due righe
15 dicembre 2005
ma che caldo, che caldo faceva.
Esistono molte versioni di questa canzone dedicata a Giuseppe Pinelli, morto “suicidato” il 15 dicembre 1969 durante un interrogatorio alla questura di Milano.
Sulle note della vecchia canzone “Il feroce monarchico Bava”, furono composti questi versi che riporto nella versione che compare nel sito Il Deposito.
Per non dimenticare.

